Léa dedicata a Chéri, di Colette

venerdì 27 agosto 2010

Racconto: La Locanda degli Abiti Bevitori - Esercizio di scrittura 1.



La Locanda degli Abiti Bevitori

“Sotto gli abiti, per piacere, maneggiatemi con cura”. Il cartello è anonimo. Le lettere vivono sdraiate comodamente sul loro materasso di carta attaccato su un’anta dell’armadio . Hanno qualcosa che le allontana dall’orrido. Ognuna di esse rallegra la vista con un colore e una sfumatura differenti. Ricordano le collane di caramelle: colorate e zuccherose. Sembrano anche scelte appositamente per non voler trasmettere né orrore, né angoscia. Raccontano quello che devono incollate lì su quegli specchi che ricoprono tre grandi ante. La stanza sembra abitata da una sola donna: un solo letto, una scrivania, una sedia. Tutto il necessario è visibile in un pezzo unico. Negli specchi riflettono due mensole di cappelli stravaganti, modelli contemporanei sfiziosi che strizzano l’occhio ad altri d’epoca più eleganti. Una sedia di abiti sportivi concede la parete a una stampella che scende da un chiodo, proprio come fosse un quadro. Tuttavia quella parte di muro chiazzata di un abitino demodé è una macchia rossa a pois bianchi e un giacchetto nero ricamato. Lampade vecchie ad olio occupano il piano di un comò, ma proprio lì accanto la stanza ne ospita una da terra e un ultimo modello a sei luci. Un giradischi d’epoca accompagna ventiquattro pollici al plasma con dvd. Nello specchio intravedo un posacenere, un pacchetto di tabacco giallo e filtri in un sacchetto trasparente. Nuovi. Anche il tabacco è chiuso. Come se non fosse usato da tempo. Per questo, forse, sopra il posacenere c’è una piantina grassa. Collane di perle in fila ma immobili scendono e sembrano fare il paio con altre più eccentriche di caucciù e noccioline bucate. Delle tende se ne intravede una sola color arancio, forse figlia di un finto chiffon. Il sole è pallido e così la luce negli specchi che bussa ai vetri delle finestra, è tiepida. C’è un tappeto rosso che dona calore. E sopra, non buttati a caso ma con l’aspetto ordinato di pagine riposte una sopra l’altra, ci sono tre libri. Irriconoscibili nei titoli, autore ed edizione. Uno dev’essere nettamente più anziano, presenta infatti il colore delle pagine di una vecchia pubblicazione che forse viveva in una bancarella dell’usato… è il più vecchio e sta sopra gli altri che con il doveroso rispetto gli regalano il posto più in vista. E così gli altri due sembrano scomparire con quel bianco pagina appena uscito da una tipografia. Vicino c’è un quaderno aperto, con una copertina rigida e una penna: dev’essere il loro tête à tête. Libri e quaderno, tra loro, sul loro tappeto d’amore e stanno bene. Un paio di scarpe lilla, tacco sette, a cono, sulla mensola vicino al comodino. Un paio di stivali neri di velluto, aperti davanti, tacco dodici, sul letto vicino al comodino. I sabot con gli strass sono in terra ai piedi di quella piazza e mezzo. Uno sdraiato, l’altro col dieci centimetri puntato sul marmo giallo intarsiato di bianco. Mi sembra pallido come il sole di oggi. Questo paio solitario e disordinato dev’essere scappato di fretta dai piedi di una donna. Sembra buttato a caso. Il materasso si è abbigliato come una donna quando rientra a casa e vuole star comoda, senza fronzoli, né imbellettature, maschere di cipria e ombretti vari. Preferisce indossare solo se stessa e un vestitino anonimo. Anche il materasso lì acquista questa caratteristica: è vestito di un lenzuolo bianco e non ha neanche il cuscino, accessorio non sempre indispensabile. Mi piace perché si presenta un letto semplice e comodo. Essenziale. Ma non entra tutto nello specchio. Ne vedo solo una parte. Quella più esterna chiaramente. La stanza racchiusa nello specchio ha una bellezza che non sa manifestare nello spazio reale. Sembra più compatta e un’immagine da copertina di prestigiose riviste di arredamento che esaltano i contrasti. E sarà anche perché nello specchio in una posizione che corrisponde quasi al centro della stanza il messaggio vive sospeso: “Sotto gli abiti, per piacere, maneggiatemi con cura”. Sorrido a quei colori frizzanti e penso subito che sotto gli abiti che scendono in fila indiana nell’attesa trepidante di uscire allo scoperto nella loro bellezza e per farsi un giro tra le strade, ma senza chiedere numeretto né saltare la fila. Solo secondo il gusto di chi li indossa. Penso che non ci siano solo corpi sotto gli abiti, ma esistono anche gli scheletri. Ricado in un dubbio: non so se le parole del messaggio sono quelle di un corpo che sta chiedendo di non fargli del male, di maneggiarlo, sì, certamente, le parole sono chiare non lasciano fraintendimenti, maneggiarlo va bene, ma con cura. Tutto qui. O se credere a un messaggio in codice che non riesco ancora a decifrare. Io però non posso muovermi. Mi hanno piazzata vicino alla scrivania senza neanche pensare che forse avrei preferito essere in cucina, a mischiarmi tra i profumi, la mia passione o fuori da qualche altra parte, anche in un bar del parco, al fresco. Vorrei andarci, ma sono bloccata. E ho caldo. In questo posto della casa sono sola, questo non mi spiace, ma non posso fare nulla se non contemplare le mie forme. Devo essere abbigliata di quella bellezza che soddisfa più gli altri che me stessa. Non sono più padrona di me ormai, sono quella che sono e gli altri non possono che abusare di me, per forza, appena vorranno. Mi prenderanno e mi useranno a loro gusto. Mi consumeranno. Ci sono femmine che nascono per questo. Per essere usate e consumate finché durano. Ora non posso neanche arrivare a prendere uno di quei libri o leggere quel quaderno aperto sul tappeto rosso. Mi sento come quelle “cose” che fanno bene e servono più agli altri che a se stessi. Ma a vedermi nello specchio, in questo profilo che risalta solo il mio abito dorato e il mio lungo collo invitante e seducente, mi trovo slanciata nella media, vestita di un colore che ricorda il dorato e la luce affascinante della luna piena. Non riesco a vedere tutta la stanza da qui ma aspetto che decidano di spostarmi. Aspetto. Aspetto. Aspetto. Aspettare non mi dà fastidio, so darmi alla pazienza. Ma certo, dipende anche dalla fine che mi spetterà. Non so dove mi sposteranno. Non ancora. Aspetto. Aspetto. Aspetto. Il sole pallido è rincasato. La luce della sera, per mano di un pittore che esercita ancora la sua arte aldilà delle nuvole, abbandona la luce a striature alla Monet tra sfumature lavanda, venature vaniglia rimasugli di quel giallo pallido. E così anche nella stanza la luce è diversa. Cerca buio e riposo. D’improvviso una mano mi afferra per il collo, apre un’anta a specchio, resta un po’ a contemplare abiti e stampelle, con leggerezza ma attenzione. Questa mancina dev’essere abituata a questo fare, non trema né si agita. Ecco la mia fine: la mano mi accomoda dentro la tasca piuttosto capiente di un paltò arancio, bianco e verde… Io sono solo una bottiglia di Martini bianco. Sono “solo” una bottiglia, sono femmina, mi consumeranno, ma non sono affatto “sola”. Quest’armadio è La Locanda degli Abiti Bevitori. Non capisco se ad ogni abito corrisponde una bottiglia, per incomprensibili congetture della mente di questa mancina. Riconosco che di tanti posti dove sono stata questa Locanda è il più bizzarro. Sono abituata a vivere al freddo, a vedere uomini non vestiti, a osservare donne sbronze senza vergogna e altre più composte. E mi piace il limone che mi accompagna in una relazione etero che dura il tempo di sciuparmi in un’unica goccia sul fondo. O l’oliva che mi assapora e mi seduce in una relazione omosessuale che termina ogni volta col nocciolo che vien gettato con grazia sul palmo chiuso e che poi andrà a morire in un piattino; o con atteggiamento mascolino dalla bocca direttamente nel medesimo posto. Sono abituata a vivere tra le persone non tra i vestiti. E qui ce ne sono un’infinità. E di tutti i tipi. C’è persino un’eccentrica giacca nera di struzzo che si vanta nell’essere posta accanto a una semplice e classica di velluto marrone. Sotto questo velluto marrone c’è un Amaro del Capo. Sapori calabresi da non dimenticare. E accanto, incastrato tra tre borse che sono un secchiello bianco con intarsi di margherite, una di Tolfa e un vecchio bauletto per i trucchi proveniente da Borghetto Flaminio, ci sono tre Falanghine rigorosamente in piedi e coperte da una sciarpa elegante bianca, di ornamenti e pajettes della stessa tinta . Quando la donna lo apre toglie il ripiano per gli ombretti, fa spazio e sistema qualche Sanbitter, poi richiude tutto. Certo, qui è buio. Non si vede luce, né io vedo bicchieri per farmi consumare. Avrei bisogno di freddo e ghiaccio. Sembro piuttosto inopportuna. Ma vedo le altre bottiglie così a loro agio, come fossero sistemate rispettando gli abbinamenti coi colori degli abiti. E anche gli abiti… in quest’accoppiata restano sulle sue sì, ma non si arrabbiano di pieghe che non ci sono, né di lacrime che sarebbero gocce di alcool a sporcarle. Alla Locanda degli Abiti Bevitori tra bottiglie e vestiti c’è rispetto e diplomazia. Ognuno si fa i fatti suoi. Ah! La mafia della Locanda. Nessuno deve sapere che io e le altre siamo lì. Quando la donna ci vuole passa, apre l’anta, entra nella Locanda e ci viene a prendere. E ci fa consumare dai suoi ospiti. Ora è più buio però. I colori di Monet non sono che un vago ricordo, ma respiro la solitudine di un Hopper. La mancina ci ha chiuso dentro. Gli abiti non hanno nulla da dire. Solo un Corpetto si indispettisce, Andatevene via!, ci grida. Non è il posto per voi questo. Il Corpetto dev’essere abituato a incontrarci solo nei locali di notte. La vita dell’armadio sembra andargli stretta. Dev’essere per questo che se la prende con noi. Sembrerebbe il solito abito, noioso e spaventato di finire la sua esistenza in un armadio. Appeso alla stampella sì, proprio come si appendono le scarpe ai chiodi. L’Amaro del Capo, ubriaco di sé e della sua forza si fa avanti, non come me, che resto zitta, a guardare, a osservare la Locanda, Pensi che sia facile per noi stare qui dentro, Corpetto?, si pronuncia l’Amaro ubriaco di sé, è tanto difficile per te quanto per noi essere qui dentro. A nessuno piace stare nel posto che non gli appartiene. Ma tutti gli abiti hanno comprensione per noi, coltivala anche tu. Farebbe onore alla tua bellezza e alle tue pajettes accoglierci qui dentro. Ascolta me che sono assai più vecchio di te. Accoglici e fa’ attenzione, piuttosto, qui dentro, sotto di voi è bene che ci maneggino con cura. Alla Locanda degli Abiti Bevitori non esistono giornate ordinarie. La donna che comanda non ci porta mai in cucina. Se usciamo di lì e solo perché lei ha degli ospiti. Ci usa, ci consuma, riempie i calici. Con le amiche ridono, schiamazzano, si confessano segreti e intimità, leggerezza e sfortune. Loro diventano le donne che non si vergognano se son sbronze, piuttosto lasciano parlare occhi e risate con la compostezza che non le abbandona. La donna non può chiudere ancora La Locanda degli Abiti Bevitori. Ma non appena potrà abbandonerà baracche e burattini per la banale e magica semplicità dell’ordinario . Nel quaderno che riposa sul tappeto lei racconta che l’uomo preferisce vederlo rincasare ubriaco piuttosto che fomentare la sua dipendenza. Per questo è nata La Locanda degli Abiti Bevitori: c’è una differenza notevole tra la vita che ci spetta nell’immaginario comune e quella che attraversa uomini e case nel quotidiano. Lo specchio non mente: è tutto vero quello che riesce a intrappolare lì dentro. E l’armadio è il suo fidato compare: custodisce tutto quello che non si può vedere. La Locanda degli Abiti Bevitori è un’alternativa di vita, una strategia per evitare il peso della sopravvivenza e il rischio del dolore fisico e morale. La Locanda degli Abiti Bevitori nasconde odio per tentare di preservare amore. Non chiude per ferie, non conosce il giorno di riposo né la pausa del weekend. Segue il ritmo della dipendenza di quell’uomo. E la dipendenza, priva di clemenza, non conosce pause. Mai.

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