Léa dedicata a Chéri, di Colette

lunedì 14 giugno 2010

OPPORTUNISMO FELINO, di Laura Costantini e Loredana Falcone



Sii gatto. Lo sai che la vecchia in cambio del salmone ti costringerà a startene impalato davanti a una tavoletta ouja tutta la sera. È una questione di dignità. Quella è convinta che due vibrisse e una macchia bianca in fronte bastino a rendere speciale un felis catus qualsiasi. Pretende che tu la metta in comunicazione con i morti. Io l’unico morto che ho visto è stato l’uomo che mi ha preso con sé quando avevo ancora gli occhi chiusi. Non gliela perdono di avermi lasciato solo a farmi sbattere in strada da quelli della sua razza. A scegliere tra morire di fame o consegnarmi alla vecchia… Mai sentito un profumo così. Sai che ti dico? Mi consegno alla vecchia. Sto sbavando come un cane qualsiasi, perfino lo stomaco mi fa le fusa.
No, prima il pesce, poi la tavoletta ouja. I patti sono patti. E nella ciotola, per cortesia, che l’ultima volta ho rischiato di lasciare la lingua sul tegame bollente. Ecco, brava, hai capito. Dài, la carezza l’accetto, ma poi lasciami mangiare in pace, ché sono due giorni che non metto niente sotto i denti. E io, sia chiaro, topi non ne mangio.
Arrivo. Si può sapere perché tanta fretta? I morti non scappano. Lasciami lappare il fondo della ciotola. Il meglio resta sempre lì. E no, non c’è bisogno che mi prendi in braccio. Ci salgo da solo sul tavolo. Ormai conosco la procedura. Ecco, mi metto qui, immobile e magari m’addormento pure. C’è un bel calduccio e sono proprio sazio. Sì, ho capito. Vuoi che stia lì a guardarti, ma stanotte gela e non riuscirai a cacciarmi via. Venduto per venduto, è meglio un tappeto di polvere che le foglie fradice sotto la panchina. Sei pronta? Allora vado con il miagolio evocativo.

E poi dicono che i gatti sono traditori. Ho fatto tutto per benino, ho assunto la posa da gatto egizio, ho ondeggiato la coda e miagolato al momento giusto. Un’interpretazione da oscar e il risultato? C’è mancato poco che prendesse la scopa per sbattermi fuori. Ingrata. La prossima volta non mi muovo per meno di un trancio di pesce spada. Sempre se ci sarà una prossima volta. Il tempo si sta mettendo al brutto e io sono cagionevole di salute. Lo diceva pure il veterinario. Pasti regolari, temperatura costante e il giusto riposo. L’età non ammette strapazzi. Altro che strapazzi. Senti come tuona. Se non rimedio un rifugio per la notte, alla prossima seduta spiritica, sul tavolo della vecchia ci finisco imbalsamato.
E questa che vuole? No, ti prego, in braccio no. Guarda che ti graffio. Sì, va be’, ti graffio. Con tutti quei piercing, mi sa che ti faccio un favore. Si può sapere dove stiamo andando? Non mi piacciono gli ascensori. Una volta ci sono rimasto dentro e ho miagolato da strappare il cuore. Nel palazzo ancora se lo ricordano.
Sicura di sapere dove stiamo andando? No, perché io al buio ci vedo, ma tu stai annaspando e non vorrei che mi cadessi addosso. Ho le ossa fragili, io. Che umidità, c’è puzzo d’acqua stagnante. Ah, siamo nei lavatoi. Ragazza, non facciamo scherzi. Io sono pulitissimo e comunque i gatti non si lavano. E adesso perché usciamo? Sta piovendo, ti bagni pure tu. Senti che vento. E coi fulmini come ti metti? Non so chi sia la stronza di cui stai parlando, ma per i miei gusti questo parapetto è troppo basso. Guarda che quella che i gatti cadono sempre a quattro zampe è una balla. Dipende dal gatto. Dipende dall’età. Dipende dall’altezza. Saranno almeno sei metriiiiiiiii…

Più bastarda di un cane bastardo. Ecco cosa sei. Iniziamo dalla coda. Si muove. Zampa anteriore destra, sinistra. Anche dietro… be’, pensavo peggio. Alla mia età, un volo così e sono ancora tutto intero. E tutto bagnato. Viene giù a secchiate. Stavolta il cimurro non me lo leva nessuno. Se solo riuscissi… Fermi tutti, la finestra è aperta. Mi intrufolo, ventre a terra e orecchie dritte. Non sai mai come reagiscono gli umani. Appunto. Che c’è da strillare? Sono un gatto, mica una tigre inferocita. Ehi, aspetta. No, il lancio di piatti no. Rischi di farmi male sul serio. Ma non ragioni proprio.
L’hai voluto tu. Mi infilo sotto il divano e voglio vedere come te la cavi. Fa pure un bel calduccio e il tappeto è folto come piace a me.
Ah, ci voleva proprio un bel pisolino. Mi sono pure asciugato. Quasi quasi faccio un po’ di fusa e magari quella si calma e capisce pure che non c’è motivo di aver paura. E questo chi è? La tipa ha chiamato i rinforzi. Ma allora è un vizio quello di prendermi in braccio. Ma lo volete capire che un gatto ha una dignità? Non sono mica un pupazzo io. Guarda amico, non ti graffio solo perché hai una faccia simpatica. Non deve essere facile neanche per te vivere con quella lì. Bravo, diglielo, sono solo un gatto. Un bel gatto a dirla tutta. E non porto sfiga, non starla a sentire. E nemmeno malattie. Sei proprio un ragazzo intelligente. Dì, non starai mica considerando l’idea di adottarmi? Il posto è accogliente, non avrei nulla da obiettare. Io. Lei invece… No, non sono il gatto della tipa col piercing. Sì, è stata lei a lanciarmi dal terrazzo. E non lo so se è una vendetta perché l’hai mollata, sono cose da umani. So solo che ho rischiato di sfracellarmi sul vostro terrazzo e che non sarebbe male se teneste conto che… Ho capito. Niente da fare. Almeno mi sono asciugato.

Che cuore, lasciarmi così, sul pianerottolo in questa notte di tregenda. Potrei miagolare tutto il mio disappunto. Così imparate… Erano anni che non facevo tante scale. Sono tutto un dolore e non mi dispiacerebbe mettere qualcosa nello stomaco. Una soluzione ci sarebbe. La bambina del terzo piano. Mi spupazza come fossi un bambolotto, però mi riempie di croccantini e a pancia piena il freddo si sopporta meglio. Che faccio, gratto?
Eccomi qua. Col fiocco al collo come Winnie the pooh, infilato nella culla e con un principio di mal di mare. Almeno cambiasse ninna nanna. No, quella schifezza che chiami pappa non la mangio. Da’ retta alla mamma, va’ a prendere i croccantini. Quelli sì che li mangio tutti, mammina. E attenta col pannolino, che mi strappi il pelo. Ehi, quella è una coda, non la puoi arrotolare. Lasciami la coda, lascia.
Eh no. Senza croccantini non me ne vado. Mica l’ho fatto apposta a graffiarla. Mi sono fatto seviziare per più di un’ora e adesso mi merito la ricompensa.

Bella ricompensa. Preso a calci nel didietro come l’ultimo dei randagi. Finisce sempre così. Tutti micio micio all’inizio, poi quando hanno avuto quello che volevano… Be’, adesso non esageriamo. Stiamo chiedendo un po’ troppo. Non sono castrato, ci mancherebbe signora mia. E fino a qualche anno fa mi sono fatto onore con tutte le gatte del circondario. Non insista signora, la sua micetta è davvero un amore ma, mi duole ammetterlo, la macchia in cui tutti vi ostinate a vedere qualcosa di sovrannaturale è un raro segno di vecchiaia. Lo so, è strano che un gatto ingrigisca ma tant’è. Nessuna magia, nessun mistero e… nessuna cucciolata con la frezza bianca. Sono vecchio.

Ecco che ci si ricava a essere sinceri. È già tanto che non mi abbia cacciato fino in cortile. Il sottoscala non è il massimo, ma almeno è asciutto. Devo solo essere abbastanza svelto da evitare la signora delle pulizie domani mattina. Quella ha una mira con la scopa che pare un cecchino. Mi sistemo qui, nell’angolino più caldo, dove passano i tubi della caldaia. E anche i topi… No, non sarò mai a questo punto. Non finché loro saranno umani e io gatto. E adesso buonanotte, ché domani si ricomincia col solito giro.

lunedì 7 giugno 2010

IL FELINO VOLANTE, di Gianluca Colloca





IL FELINO VOLANTE,
di Gianluca Colloca



Lì in piazzetta, gli amici lo sapevano tutti chi era Cacitorello. Qualcuno lo conosceva direttamente, per essere stato a casa di Andrea qualche volta, negli anni passati o pure più di recente. Chiaro che non si è mai trattato di visite per conoscere Cacitorello, quello no. Anzi, lui odiava gli estranei. Si saliva all’appartamento di Andrea perché ovviamente c’era qualcosa da fare con Andrea stesso, tipo giocare con l’Atari o scambiarsi delle figurine o ascoltare un disco. Più o meno come si poteva andare a casa di chiunque altro, se non per la differenza che alcuni possedevano l’Atari e altri il Commodore 64.
Comunque, quando dico che bisognava “salire” fino da Andrea, non intendo usare una metafora. Infatti il suo palazzo era posto in un comprensorio giusto in cima a una collinetta, e per arrivarci o si aspettava l’unico autobus che deviava per quell’agglomerato periferico – e l’evento si ripeteva soltanto una volta all’ora – oppure ci si armava di pazienza e resistenza, e si iniziava a salire. Dalla strada principale toccava camminare per venti minuti buoni, lungo una erta ripida che infastidiva le giunture delle ginocchia. Forse per questo a trovare Andrea si recavano in pochi, e ascoltare i dischi o giocare ai videogames si preferiva andarlo a fare nella stanzetta di qualcun altro. Andrea compreso, visto che si scocciava a sua volta a fare tutti i giorni quella maledetta salita.
Quindi, per quanto scontroso, a Cacitorello non si poteva imputare nulla. Anzi, era forse proprio questa problematica logistica a far sì che non fosse abituato a incontrare ospiti – che il suo padrone non fosse abituato a ricevere ospiti, a voler essere precisi – ma per forza di cose la situazione toccava anche il gatto di casa. Fatto sta che Cacitorello, solito tendenzialmente a frequentare soltanto Andrea – o al massimo suo padre Enzo – era diventato inevitabilmente diffidente verso gli estranei. Già i gatti spesso tendono ad esserlo per loro natura. Lui, di più.
Di conseguenza Cacitorello, piccolo e grazioso in tenera età, sempre più cicciotto mano a mano che proseguiva nella crescita, quando vedeva un ospite nella cameretta di Andrea subito cercava di saltargli addosso e graffiarlo.
“È geloso, non ti preoccupare”, spiegava Andrea con tono calmo, come se ritrovarsi contro un gatto furioso fosse la cosa più naturale del mondo. Il tutto ovviamente senza muovere in aiuto dell’amico che nel frattempo cercava di staccarsi di dosso l’incazzoso felino.
Dopo qualche minuto Cacitorello per fortuna si calmava, restando però accucciato in un angolo del letto di Andrea, a fissare torvo l’ospite nell’attesa che sloggiasse. Quando realizzava, di solito dopo un’altra manciata di minuti, che il suddetto ospite non se ne sarebbe andato via tanto presto, preferiva sloggiare lui, offeso. Siccome non si trattava di un gran viveur ed era stato abituato a muoversi quasi esclusivamente nell’appartamento – e forse con l’intento di far notare comunque la sua offesa presenza – Cacitorello si andava a infilare in una delle scarpe da ginnastica di Andrea, dritto di testa, e poi di solito ci metteva un’oretta buona prima di riuscire a liberarsene.
Ma non era per questi motivi che tutti conoscevano quel gatto, nel nostro giro di amicizie e conoscenze. In fondo, da ragazzini, quasi a chiunque di noi bastava un niente per farsela girare male e venire alle mani. C’era poco da meravigliarsi di quel micio, allora. Eppure, diversi anni prima, era accaduto un fatto – poi puntualmente raccontato e ripetuto più e più volte, nei pomeriggi e nelle sere e nelle mattine in cui si segava scuola – che aveva permesso a Cacitorello di divenire una figura familiare anche per coloro i quali mai l’avevano visto, mai erano stati a casa di Andrea, mai erano stati assaliti dalle sue grinfie. Dirò di più, anche quelli che conoscevano a malapena Andrea, o non sapevano proprio chi fosse, ma magari erano solo amici di amici, pure loro sapevano invece benissimo chi fosse Cacitorello, e lo tenevano in simpatia.
Si trattava di un evento che riportava la mente indietro di qualche anno, quando ci si vestiva coi pantaloni alla zuava e il taglio dei capelli lo decidevano i genitori. Andrea, all’epoca, era un bimbetto appassionato di calcio e musica, non dissimile da qualsiasi suo coetaneo. Troppo piccolo per darsi alla vita da rockstar, andava a dormire presto sapendo che la mattina successiva lo attendeva la scuola.
Una notte, mentre sognava pastelli o macchinine o chissà cos’altro, il suo sonno fu disturbato da qualcosa. Il tempo di aprire in parte occhi e orecchie, e subito si rese conto che si trattava di grida umane. Bloccato dalla stanchezza, decise di fare uno sforzo ulteriore per capire con precisione cosa stesse accadendo, magari c’era un’emergenza e bisognava correre via. Così, con fatica, riuscì a spalancare i sensi, per comprendere finalmente come le urla che stava ascoltando fossero di suo padre, e in linea di massima potevano essere catalogate alla voce bestemmie. Bestemmie ben distinguibili, per quanto ancora in parte sconosciute alle sue orecchie di infante.
In quei pochi secondi il piccolo Andrea, non sapendo bene come comportarsi, seguì solo l’istinto di accendere l’abatjour sul comodino. La debole luce illuminò così la sua stanzetta disegnando timidamente, attraverso la porta aperta, il corridoio che gli stava di fronte. Fu un attimo, e Andrea vide Cacitorello volare nell’aria, attraverso il corridoio, da sinistra a destra, fuori dalla camera da letto di suo padre e dritto dentro la cucina, entrambe per fortuna con la porta aperta a loro volta. Andrea in realtà non capì subito che si trattava di Cacitorello, poco riconoscibile nella penombra sotto forma di una grossa palla scura che attraversava ad altezza d’uomo il corridoio e il campo visivo. Il miagolio mosso del felino gli fece però intuire in pochi istanti chi fosse a volare lì per la casa.
Suo padre intanto continuava a bestemmiare, alternando giusto qualche maledizione nei confronti del gatto. A quel punto ad Andrea bastò poco per capire che Cacitorello, in calore e desideroso di segnare il territorio, aveva fatto la pipì proprio in faccia ad Enzo, mentre questi dormiva.
Da allora la storia venne raccontata circa mille volte, agli amici e agli amici di amici. Per questo Cacitorello lo conoscevano tutti, lì in piazzetta, dove nel frattempo si erano susseguite persone e stagioni, gioie e delusioni, crescite e fughe. E proprio per questo a tutti un po’ dispiacque quando si venne a sapere che il micio se n’era andato – non per una vendetta di Enzo, ma per vecchiaia, a circa un decennio di distanza da quella famosa notte.
Gli volevano tutti un poco di bene, a Cacitorello.

lunedì 31 maggio 2010

MINA, di Fabio Ciriachi





MINA,
di Fabio Ciriachi

Non so come facesse Mina a capire che ero arrivato. La Sassa dista da Fiume un centinaio di metri in linea d'aria; un poggio di quercioli la nasconde alla vista, e soltanto i suoni molto forti, col vento favorevole, superano distanza e ostacoli. Eppure sempre - poco dopo aver scaricato dall'auto bagagli e spesa, e aver messo a scaldare l'acqua per il tè - silenziosamente Mina appariva: magra, austera, le striature soriane di una chiarezza sempre più dilavata, quasi sabbiosa. Non si presentava da sola ma assieme a un numero incalcolabile di gattini; se non suoi, di qualche sua figlia al seguito, ancora più minuscola della madre e però, come lei, molto compresa del ruolo materno.

Che nelle mie buste della spesa ci fossero anche scatole di Kit Kat e la maxi confezione di croccantini lo sapevo io, lo sapeva la cassiera della Coop che mi aveva battuto il conto, ma non Mina. Eppure, per qualche strano percorso mentale, ne veniva a conoscenza, e poco dopo il mio arrivo, radunati figli e nipoti, si metteva alla testa del corteo che concludeva la sua marcia con un grande raduno sul poggiolo dove di solito passavo molte ore per l'incomparabile vista che da lì si gode sul paesaggio intorno.

Da capostipite Mina governava con flemmatica dignità una famiglia allargata che comprendeva sempre, oltre a cuccioli e puerpere, una o due femmine gravide. Grazie a una solida vocazione amorosa, la comunità felina era la sola in crescita su quei poggi appartati dove gli umani, al contrario, si riducevano anno dopo anno, sia per gli esodi dei giovani verso la pianura, che per le dipartite dei vecchi verso chissà dove, anche se d'inverno tutta quell'abbondanza veniva pesantemente falcidiata dal gelo notturno e dall'astuzia dei predatori, fatale per l'inesperienza dei più piccoli.

Dal colore del pelo si capiva subito se la paternità dei neonati era attribuibile al diavolo nero di Bruno, che si avvicinava guardingo alla Sassa solo per rubare il cibo ai figli, o non piuttosto al gatto bianco e rosso di Dante, che puntava le femmine in calore con l'indolenza di un vitellone. L'alternarsi dei padri era una certezza che, oltre a riflettersi nei colori della prole, mi faceva guardare a Mina con quella curiosità lievemente ammirata che si riserva, di solito, a chi è capace di sorprenderci.

Durante le mie lunghe assenze dalla Sassa, Mina e famiglia ruotavano attorno al poggiolo in legno della casa di Luli e Cristina, a Fiume. Lì ricevevano gli avanzi dei pasti, una manciata ogni tanto di croccantini, e qualche rada carezza femminile, attenzioni insufficienti a lenire il divieto di entrare in casa, che bruciava loro soprattutto d'inverno, quando nel grande camino d'angolo ardevano ciocchi di scoppiettante quercia.

In quel periodo, appena avevo un po' di tempo libero, correvo a rifugiarmi alla Sassa nel cui isolamento cercavo le condizioni migliori per imparare a morire. Non ero né depresso né gravemente malato, ma si era formata in me, non ricordo in che modo, la netta convinzione che non dovessi aspettare di esserlo per imparare qualcosa che di sicuro, prima o poi, mi sarebbe tornata utile.

Quanto difficile fosse seguire quel proposito si era mostrato evidente fin da subito. Ma dopo un primo smarrimento - così profondo da farmi disperare di poter mai riuscire - poco alla volta mi era parso di cogliere, se non la risposta, almeno la direzione giusta verso la quale muovere; che non doveva essere il progressivo distacco dalla vita ma, al contrario, un intensificarsi e raffinarsi dell'amore verso ogni suo aspetto. E poiché sentivo una grande affinità con le splendide manifestazioni della vita che sono gli alberi, gli uccelli, il vento, il cielo, appena possibile partivo per la Sassa dove potevo vivere a stretto contatto con quelli che sempre più, da semplici interlocutori, stavano diventando dei silenziosi maestri.

Radunatasi l'intera famiglia sul poggiolo, Mina cominciava a strusciarsi alle mie caviglie finché non l'accarezzavo. Allora, ronfante, arcuava la schiena e mi si spingeva con più forza contro, pestando gli artigli sulla pietra del pavimento; gli occhi serrati, il muso proteso. Dopo qualche minuto di coccole aprivo due scatolette di Kit Kat. Al solo rumore della latta recisa cominciava il coro dei miagolii, l'andirivieni agitato sulla soglia che avevano imparato a non superare. Distribuivo il cibo in due piatti che poggiavo in terra, e per un po' c'era solo il mugugnante basso continuo della fame appagata.

Quando il sole era dietro la casa mi spostavo sulla terrazza in ombra, e dopo aver sfiorato con lo sguardo il verde dei boschi, le querce del Pianale, il vento che animava le foglie dei pioppi, le nuvole a forma di nuvole nel profondo del cielo, seguivo, sull'aia, i giochi a corsa pazza dei cuccioli, la pigra attitudine di Mina e figlie grandi ad assumere pose di ieratica compostezza.

Un giorno in cui ero troppo preso da astratte difficoltà per accorgermi di quanto avveniva intorno (e se non vedevo neanche i gatti, quanta speranza mi restava di ascoltare gli imperturbabili maestri della natura?) di colpo Mina mi si parò davanti. Lì per lì non notai in lei alcun cambiamento, e però mi guardava in modo diverso dal solito. Soprattutto, era palese, chiedeva; cosa che, nella nostra saltuaria frequentazione, non era mai capitata, giacché quanto le davo appagava sempre ogni suo desiderio. Ora, invece, faceva una spola inquieta tra la cucina e il poggiolo, come se mi dicesse di andarle dietro. Via via che la seguivo, si agitava sempre più, e con quel suo andirivieni frenetico finì per guidarmi verso la mia camera.

Arrotolai la stuoia che faceva da porta, e infine compresi. Nel centro del grande letto con la sovraccoperta bianca, sprofondati in una sorta di nido fatto di pelo, straccetti e altre morbidezze, pulsavano, come bolle di uno stesso respiro, sei o sette gattini appena nati. Rimasi incantato ad ammirarli, così delicatamente vivi che temevo quasi, non dosando lo sguardo, di far loro del male.

Mina doveva aver colto la mia approvazione e, rassicurata, stava lì seduta a guardarmi; le piccole mammelle gonfie di latte che spuntavano dal grigio dei peli, fiera di una scelta trasgressiva che in quel caso, però, la mia complicità le confermava opportuna. Si lasciò carezzare a testa china, poi saltò agilmente sul letto e si acciambellò attorno ai suoi piccoli offrendosi alla loro fame.

Grazie a lei, quel pomeriggio, molte delle mie inquietudini di colpo svanirono, e potei sedermi con animo aperto al mio osservatorio preferito a interrogare i maestri; che intanto, tutt'intorno, continuavano a raccontare i loro imperscrutabili misteri.

Seguirono anni in cui, troppo preso da ineludibili impegni, potei recarmi sempre meno alla Sassa. La casa cominciò a nascondersi tra i viluppi della vegetazione e, come fanno spesso i luoghi trascurati, si offrì senza remore all'abbraccio del degrado. Presto divenne così mal ridotta che non fu più possibile abitarla, neanche d'estate, quando tutto sembra, o davvero è, più facile. Nei rari ritorni in zona mi fermavo a dormire a Fiume, da Luli e Cristina, e anno dopo anno vidi assottigliarsi la famiglia allargata di Mina, finché non rimase che lei: coriacea, segnata, una magrezza così spigolosa e autorevole da sembrare scolpita.

Una volta, ricordo, mi sorpresi a pensare che la fatica di resistere l'aveva resa somigliante a una vecchia leonessa, e chissà che quel baluginio di regale appartenenza felina non fosse un suo modo di accomiatarsi. La primavera seguente, infatti, di lei non c'era più traccia. Interrogato in proposito, Luli si limitò ad alzare le spalle. Stavamo sul poggiolo a parlare, il tramonto era limpido. Volsi lo sguardo intorno e ascoltai con gli occhi tutta quella pace; Mina ne faceva parte. Io, non avevo ancora imparato a morire.

lunedì 24 maggio 2010

ALFA PRIVATIVO - MCMXCII - Agosto, di Gaja Cenciarelli



Questa volta non è un inedito, ma un racconto già uscito su Accattone anni fa e nel blog di Laura&Lory.



ALFA PRIVATIVO
MCMXCII – Agosto
di Gaja Cenciarelli

Bianco come la balena intelligente, che aggiunse una sfumatura inquietante alla purezza di quel colore. Emerso dalle nebbie della non-essenza in un terrazzo profumato di gerani, piante di limoni e rose rosse. Faceva caldo, quel giorno. Le signore, stendendo i panni in cortile, si raccontavano le ultime novità. Così la donna del secondo piano venne a sapere della sua nascita e lo adottò. Erano anni che sua figlia desiderava un gatto. Il cucciolo aveva una macchia grigia sulla testa, che sarebbe scomparsa con l’età (Ti chiamiamo Gorbaciov, allora? O Herman, come Melville? No, Herman aveva un suono troppo duro per una creatura così armoniosa, decise la ragazza). Nel giro di quattro mesi arrivò a dieci chili di bianco: splendido gaudium pleni. (Perché quando lo chiamo non si gira? Non vorrei fosse albino... in questo caso potrebbe essere anche sordo, la donna). Romano fin nelle viscere e strafottente, come solo i veri romani sanno essere: senza offendere, ma senza traccia di understatement. «Tenete, pascetevi della mia immensità: nulla può scalfirmi, di nulla ho paura».
(Non è sordo, ma non gliene frega niente lo stesso che lo chiami, se non vuole rispondere, il marito della donna che lo aveva accolto in casa).
(Ma non miagola mai..., ribadisce lei)
(E perché dovrebbe? Io gli leggo nel pensiero, non ha bisogno di chiedere, lui)
Tra l’uomo e il gatto s’instaura un rapporto privilegiato e di costante adorazione: il loro è un amore infinito, senza spazi vuoti, senza lacune. Gli altri membri della famiglia sono un po’ invidiosi. L’uomo gli lascia la luce accesa, di notte, perché sa che il figliolo – il suo maschietto -, al buio, non riesce a dormire.
MMIV – Febbraio
La ragazza si accascia in corridoio, stringendosi le ginocchia al petto. La sirena ancora ulula in lontananza e lei si ripete che non è una delle solite sirene cui ormai non fa più caso. Non è una delle solite ambulanze che porta sconosciuti al San Giacomo (quante volte ha immaginato i loro corpi, le loro menti, i loro pensieri. Quante volte ha pensato che qualcuno di loro stesse per morire. Quante volte si è chiesta: e dopo?) perché quella sirena urla per suo padre e perché il malato che porta al San Giacomo èsuo padre. Il gatto è di fronte a lei. Sembra imbambolato, un pupazzo di neve con un puntino rosso carota al posto del naso. La fissa con occhi sbarrati che quel giorno sembrano più grandi del solito. La ragazza si rialza. Il gatto la segue per una decina di minuti, mentre lei vagola senza mèta da una stanza all’altra della casa, risponde al telefono, parla senza sentire la propria voce. È la prima volta nella sua vita che le parole che pronuncia non le appartengono. La ragazza è un no. Un senza.
Che succederà dopo. Se papà non.
Il gatto salta sul letto, al posto di suo padre, si acciambella – per quanto glielo consenta la mole – e si addormenta. Cioè, chiude gli occhi.
MMIV - Aprile
Quel ventotto aprile duemilaquattro - il primo giorno in cui, dopo sedute e sedute di riabilitazione suo padre è uscito a fare una passeggiata, sia pure di soli dieci minuti – il padrone del forno sbraita, la ristrutturazione di Sant’Agostino è finita, Codognotto ha scolpito le indicazioni per arrivare a piazza Navona (stanco di dare spiegazioni ai turisti) e le ha appese sulle mura vecchie e fresche di Sant’Apollinare.
Ma la ragazza non è a casa.
Accarezza il gatto sul tavolo del veterinario. Lui la guarda, ansima, ha un po’ di bava tra le fauci.
«Stai buono, amore mio, io sono qui».
Poi esce. Aspetta.
Vede passare due uomini con il camice verde che trasportano un lungo e pesantissimo sacco dell’immondizia. Abbassa le palpebre per farsi scudo. Per non capire.
Sa che l’immenso candore del corpo felino che agonizza a pochi centimetri da sé ha cominciato a opacizzarsi dal momento in cui suo padre era stato ricoverato.
Il veterinario la chiama: «Non ce l’ha fatta. Se vuole vederlo... Ma non glielo consiglio».
La ragazza non può vederlo perché non ha più occhi. È un’assenza.
«Sa dove seppellirlo? Altrimenti ci pensiamo noi».
Quel lungo e pesantissimo sacco dell’immondizia.
«No, non so dove seppellirlo. Pensateci voi».
Da via Gregorio VII a casa sua il trasportino vuoto è un maglio che le trafigge il palmo della mano, il dolore aguzzo le si irradia nello stomaco e nel cervello. Sanguina la testa, che si sforza di formulare per il suo vecchio padre una frase meno feroce della verità.
Non c’è più. Se n’è andato. Ci ha lasciato.
«Papà, è morto» gli dice, quando torna a casa.
Morto. Che vuol dire finito. Che vuol dire il dopo, che vuol dire il nulla.
La ragazza accarezza con gli occhi il posto preferito da Moby Dick, l’angoletto sull’armadio da cui dominava la stanza, e per l’ultima volta gli canta la nenia di tutti i soprannomi inventati per lui in dodici anni di vita. Dal ventinove aprile in poi, non guarderà più lì perché, pensa - in un folle ed esasperante flusso di coscienza - : se non guardo, non vedrò che non c’è, quindi potrebbe anche esserci mentre non guardo.

lunedì 17 maggio 2010

Alla latteria del gatto nero, di I. Borghese



Alla Latteria del gatto nero*
Isabella Borghese
a Raul Montanari, con l’amore che sa il suo cavaliere

*ricordando un locale di Calcata

La prima volta che ho visto Eva era mascherata da indiana. Le frange della gonna oscillavano a terminare appena sotto le chiappe… Che culo!, ha elaborato la mia testa. La seconda invece eravamo all’Old bear, non lontani dal Palazzaccio. Una cena di compleanno. Piero compiva trentasette anni. Eva era seduta proprio di fronte a me. Indossava un vestitino, fuori moda, direi, ma delizioso, né corto né lungo… e mi guardava in quel modo… arrapante!, sì, arrapante! Questa stasera me la sbatto!, mi son detto a quella cena.
Ma Eva mi ha dato buca e l’ha fatto prima ancora di permettermi di provarci.
La terza volta l’ho incontrata per caso. Era così deliziosa con quel basco verde, il carrello della spesa, un abito che sembrava così poco adatto per il mercato e quei rimasugli di trucco della notte andata. Ti va una serata insieme?, le ho proposto. Un concerto o una cena?… Una cena!, sì, mi rispondeva lei mentre abbassava lo sguardo e sistemava le ruote del carrello che appesantito dalla spesa sembrava non potersi mantenere dritto.

A quella nostra prima cena, forse perché è stata la prima volta che io e Eva siamo stati a contatto da soli, voce a voce, sguardo a sguardo, corpo a corpo, Eva è riuscita a convincermi che oltre ad essere arrapante e regalare alla mia vista un gran bel culo possedeva ben altro.
Dei gatti, per esempio.
E un fare bizzarro che mi incuriosiva, anche questo.
Eva infatti era riuscita a intrattenermi per l’intera cena raccontandomi di Kit il certosino che portava il nome del gatto di Colette, di Ciprincolta, nome consigliato da Elliot. E poi c’era Paul. Che razza di nome per un gatto!, pensavo. Ma non ho mai saputo a chi Eva
avesse rubato il suo nome.
Io del resto sono un uomo. Gli uomini i gatti li chiamano come i supereroi o i personaggi dei fumetti, al limite. Infatti il mio amico Lajos aveva Zanardi, Colasanti e Petrilli, i gatti di Andrea Pazienza, peraltro.
A Eva ho tentato di chiederglielo, più di una volta, ma Sai, ci sono cose della mia vita, mi diceva, che son solo mie.
Paul mi, spiegava lei, candida, sincera e serena, è roba mia e basta.
E io me ne stavo zitto a sentire le sue verità. Paul è un nome che ha il sapore di un uomo, ne ero convinto e così lasciavo cadere la conversazione.
E lei mi sorrideva. E io le sorridevo.
E poi mi guardava in silenzio. E io rispondevo con il mio di silenzio.
E poi mi baciava. E io mi attizzavo.
Ma lei riprendeva in mano la situazione.
Cosa fai nella vita?, sembrava curiosa. Le raccontavo di essere uno scrittore. Sì, Eva, certo, ho pubblicato pochi romanzi, con piccoli editori. Riprendevo fiato, Solo due per l’esattezza: Vita da leoni, Storie di un uomo che va a diesel e Di notte a Muccassassina. Di giorno in Chiesa. Stavo lavorando sulla doppia vita di un prete, all’epoca.
Lei cambiava d’improvviso espressione, Non chiedermi mai di leggere i tuoi libri, puntualizzava. Io non leggo più niente. Non leggi più niente? NI-E-NTE! Zero! Neanche le notizie del giornale online. Per queste ascolto la radio e basta.
Non mi aveva detto nulla di più in merito. Mi sembrava evidente che anche questa storia doveva essere ‘una roba sua e basta’.
Eva invece era la grafica di una tipografia, ma lavorava per lo più da casa.
Da quel bacio al ristorante ne è nata una bella scopata se non fosse stata interrotta da un
Senti Leo, io con gli scrittori non voglio avere proprio nulla a che fare. È l’ultima notte che ci vediamo.
Ma mi aveva chiamato Leo, con un tono sussurrato, gentile, anche intimo direi. Un tono e una confidenza che non sembrava di certo essere in linea con la distanza che le sue parole volevano mettere tra noi.
Eva era quella del, Sai… senti… cosa fai… non mi chiamava mai per nome, per questo quel Leo non poteva passare inosservato.
E infatti di lì a poco Eva, Kit, Ciprincolta e Paul si trasferivano a casa mia.
Io continuavo a scrivere spingendomi di notte in quei locali dove è più semplice imbattersi in conoscenze promiscue. Mi era necessario per la narrazione. Eva non mi seguiva mai. Io la volevo portare con me per dimostrarle che mi recavo lì senza vizietti né malizia… ma lei aveva sempre le sue cose da sbrigare e da fare. Mi diceva ogni volta, Dài, una sera ti porto a cena alla Latteria del gatto nero, a Calcata. Vai pure da solo o con i tuoi amici in quei posti. Io resto con Paul, Kit e Ciprincolta, ho il mio lavoro da sbrigare. E il dopocena con le amiche.
Di notte in quel periodo scivolavo dunque dentro cabine rosse che mostravano luci soffuse, rotoli di carta igienica appesi e odore di sesso stantìo. Caracollavo dalla sala bar, a quella buia illuminata solo dalle sigarette facendo finta di cercare, o forse di aspettare semplicemente la persona che più si adattasse al mio desiderio attuale. Poi mi fermavo davanti al maxi schermo. E lì restavo sul pornazzo di turno quasi a voler mostrare un puro interesse.
Poi me ne andavo e immaginavo che agli occhi degli altri non potessi essere altro che un voyeur. Mi andava bene così tutto sommato.
Una tipa me la sarei pure sbattuta inciampando nel fascino del non saperle attribuire un’identità precisa. Mi sembrava tra l’altro un ottimo incipit per rivedere la mia storia.
Ma in quel periodo rimaneva un desiderio col nome di “sfizio”.
Rientravo a casa sempre dopo le quattro e Eva sembrava fregarsene. La trovavo sempre con la radio accesa, con Paul acciambellato accanto a lei, la tisana di finocchio, un cannetta finita o da rollare. Ben tornato!, mi diceva, con un ghigno. A volte la notte proseguiva con una scopata accompagnata da qualche pensiero “all’identità sconosciuta”. E questo pensiero aveva il pregio unico di intensificare il desiderio che avevo di sbattermi Eva, ogni notte.
Poi Paul si addormentava con noi. Tra le nostre ginocchia, sempre.
Paul, più di Kit e Ciprincolta, era davvero curioso. Lui si muoveva seguendo ovunque il passo di Eva. Mi faceva divertire molto questa faccenda. Io infatti maturavo un affetto più forte per Kit e Ciprincolta. Loro mangiavano e dormivano, niente di più. Kit si divertiva a buttare giù dalla mensola del bagno lo shampoo e il bagnoschiuma. Ma avevo memorizzato questo come un fare che mi divertiva. Mi dilettavo, infatti, a sentire i suoi movimenti, visto che quelli di Paul erano tutti per Eva.
Una mattina, mentre andavo al lavoro, la vicina di casa mi fermava così entusiasta, Ehi! Ma quando ci presentate il vostro piccolo Paul. Il fatto che la vicina pensasse che Paul fosse nostro figlio mi aveva fatto declinare la conversazione con una semplice risata e una fuga repentina. Il resto della giornata lavorativa l’avevo trascorsa depresso a rimuginare su quanto silenzio in casa ci fosse tra me e Eva e quante chiacchiere invece lei avesse da regalare al suo Paul.
Avevo d’improvviso preso coscienza del nostro rapporto così poco condiviso. Provai a parlarne quella sera, a cena, con lei.
Avevamo concluso che tra noi c’erano più silenzi che altro, più scopate che amore, più diversità che corrispondenze.
Io però l’amavo e le proponevo dunque di dedicare più tempo a noi.
Lei finalmente mi invitava a cena alla Latteria del Gatto nero per il venerdì a seguire.
Mi sembrava un ottimo modo per ricominciare.

Quel venerdì alla Latteria del gatto nero, tra polenta con le spuntature, cicoria ripassata in padella e un litro rosso della casa Eva concludeva, Dobbiamo lasciarci, sai? Ho riflettuto a lungo sulla nostra conversazione dell’altra sera. Ti voglio bene, sì, ma… non possiamo costruire cose che non ci appartengono insieme. Sai, ho pensato a quanto tu ami Kit e Ciprincolta. Anche a Paul. Direi che Paul è roba mia, sì, deve venir via con me ma, Kit e Ciprincolta, loro, se vuoi, te li regalo, sì.
Sembrava che Eva stesse spartendo i figli in base alla sua personale visione del mondo.
Io restavo basito. Dovevi portarmi alla latteria del gatto nero per lasciarmi?
Ti avevo promesso che ti ci avrei portato… quando l’avrei fatto se non oggi? Di lì a pochi giorni Eva andava via.
Col suo Paul. Per sempre.

lunedì 10 maggio 2010

SENZA TITOLO, di Massimo Bisotti




SENZA TITOLO
di Massimo Bisotticontatto facebook: Massimo Bisotti


Vengo a trovarti e chiedo la mia parte di sogni.
Ti chiedo di amarmi anche in condizioni critiche, di prenderti un po' cura di me senza lisciarmi il pelo.
Ho sempre deciso da me a chi fare le fusa e a chi no, su chi muovermi. Poche anime ci regalano con le zampe il passo della felicità.
Tu mi versi i tuoi occhi liquidi nella mente e il tuo sguardo è uno sparo che mi uccide e mi ridesta nuovo.
E così la mia parte te la rendo, preferisco stia con te, tiro fuori le unghie ed è già sveglio il mio cuore. L'ho visto svenire stanotte, ma ora è duramente saldo nel petto. E tu vuoi la mia anima di gatto bianco randagio che da fuori non sembra un'anima di strada, ma non si affeziona ai suoi appartamenti, anche se il suo pelo è lucido. Vorresti catturare la mia magia, mentre suono il pianoforte con il solo movimento della coda e sentire i miei graffi sulla tua pelle. Chi ci ama ci tiene la coda per mano e nei passi l'anima, senza stringere.
Io ti desidero in modo indecente e non ero intenzionato a cambiare ma per te sto cambiando, perché " i vorrei ma non posso" non so cosa significhino e ti sto già dentro le maree.
Sono un gatto che non ha paura dell'acqua, si spinge al largo, l'ha sempre fatto.
E tu se pensi che vorresti, fallo, che la vita bussa piano, istrionica e plateale a volte, con il suo passo sinuoso, ornata da cuscinetti paracolpi per poi chiudere gli occhi davanti al sublime. Il sublime impedisce solo per pochi attimi di vedere, il sublime trapassa, rimane. Il sublime è ultravioletto, è quel senso in più che ci lascia vedere chissà cosa in ciò che il resto del mondo chiama polvere. E tu sei il colore che io non ho e io sono il colore che tu non hai.
E nessuno vorrebbe il colore dell'altro ma a nessuno basta avere più soltanto il proprio.
Siamo ognuno dentro a un solo occhio ma dello stesso muso.
Mutare è un'attitudine ma mai un gran finale.
Arriva il giorno che se hai coraggio ti ritrovi a cambiar pelo e te la smetti di portarti addosso gli strati morti di una vita. Te li scrolli con una doccia di nuovo sole e inizia il secondo tempo del film della tua vita.
È questo che intendi per passione anima[le]?
Ho finto immortalità poco spontanea, perché non so fingere né recitare. La mia aggressività è solo puro istinto alla difesa.
Ma redimersi è cosa davvero poco eccitante.
Per questo amo il mio gusto immorale di latte nero.
E lo consumo fino all'ultima goccia.
Vuoi assaggiare che sapore abbia la sincerità?
Allora prendimi ma non mettermi in una gabbia emozionale.
Le mie emozioni sono il mio ascensore, vanno su e giù con l'amore.
È pericoloso sporgersi dal ventesimo piano di un sentimento ma non serve indicare il presente se l'eternità passa e noi non eravamo lì ad attenderla.
E allora salto in tutti i cieli degli universi paralleli, perché tutti vogliono andare in paradiso ma nessuno vuole morire.
Io, mentre mi guardo cadere dall'alto, tentando di sopravvivere alla caduta, decido d'improvviso.
Rinuncio alle sette vite per una Vita di cui morire davvero.

SENZA TITOLO, di Massimo Bisotti




SENZA TITOLO
di Massimo Bisotticontatto facebook: Massimo Bisotti


Vengo a trovarti e chiedo la mia parte di sogni.
Ti chiedo di amarmi anche in condizioni critiche, di prenderti un po' cura di me senza lisciarmi il pelo.
Ho sempre deciso da me a chi fare le fusa e a chi no, su chi muovermi. Poche anime ci regalano con le zampe il passo della felicità.
Tu mi versi i tuoi occhi liquidi nella mente e il tuo sguardo è uno sparo che mi uccide e mi ridesta nuovo.
E così la mia parte te la rendo, preferisco stia con te, tiro fuori le unghie ed è già sveglio il mio cuore. L'ho visto svenire stanotte, ma ora è duramente saldo nel petto. E tu vuoi la mia anima di gatto bianco randagio che da fuori non sembra un'anima di strada, ma non si affeziona ai suoi appartamenti, anche se il suo pelo è lucido. Vorresti catturare la mia magia, mentre suono il pianoforte con il solo movimento della coda e sentire i miei graffi sulla tua pelle. Chi ci ama ci tiene la coda per mano e nei passi l'anima, senza stringere.
Io ti desidero in modo indecente e non ero intenzionato a cambiare ma per te sto cambiando, perché " i vorrei ma non posso" non so cosa significhino e ti sto già dentro le maree.
Sono un gatto che non ha paura dell'acqua, si spinge al largo, l'ha sempre fatto.
E tu se pensi che vorresti, fallo, che la vita bussa piano, istrionica e plateale a volte, con il suo passo sinuoso, ornata da cuscinetti paracolpi per poi chiudere gli occhi davanti al sublime. Il sublime impedisce solo per pochi attimi di vedere, il sublime trapassa, rimane. Il sublime è ultravioletto, è quel senso in più che ci lascia vedere chissà cosa in ciò che il resto del mondo chiama polvere. E tu sei il colore che io non ho e io sono il colore che tu non hai.
E nessuno vorrebbe il colore dell'altro ma a nessuno basta avere più soltanto il proprio.
Siamo ognuno dentro a un solo occhio ma dello stesso muso.
Mutare è un'attitudine ma mai un gran finale.
Arriva il giorno che se hai coraggio ti ritrovi a cambiar pelo e te la smetti di portarti addosso gli strati morti di una vita. Te li scrolli con una doccia di nuovo sole e inizia il secondo tempo del film della tua vita.
È questo che intendi per passione anima[le]?
Ho finto immortalità poco spontanea, perché non so fingere né recitare. La mia aggressività è solo puro istinto alla difesa.
Ma redimersi è cosa davvero poco eccitante.
Per questo amo il mio gusto immorale di latte nero.
E lo consumo fino all'ultima goccia.
Vuoi assaggiare che sapore abbia la sincerità?
Allora prendimi ma non mettermi in una gabbia emozionale.
Le mie emozioni sono il mio ascensore, vanno su e giù con l'amore.
È pericoloso sporgersi dal ventesimo piano di un sentimento ma non serve indicare il presente se l'eternità passa e noi non eravamo lì ad attenderla.
E allora salto in tutti i cieli degli universi paralleli, perché tutti vogliono andare in paradiso ma nessuno vuole morire.
Io, mentre mi guardo cadere dall'alto, tentando di sopravvivere alla caduta, decido d'improvviso.
Rinuncio alle sette vite per una Vita di cui morire davvero.